Fida Serra e Su Bistiri de sa Coia

cascia

Come nel pinax ritrovato nel tempio di Persefone a Locri – che raffigura la dea intenta a sistemare il corredo nella cassa-armadio – scrigno del più prezioso dei tesori era, per Fida Serra (classe 1883), sa cascia, che faceva bella mostra di sé nella lolla della sua abitazione. Lunga circa 180 cm e alta 120, mostrava la tradizionale decorazione con le pavoncelle affrontate e custodiva sa prenda per eccellenza: l’abito da sposa. Neppure ai figli o ai nipoti era concesso aprirla e toccarne il contenuto, che andava preservato da qualsiasi minaccia, da ogni pericolo perché il suo compito non era terminato.
Su bistiri de sa coia non si trasmetteva di madre in figlia, non era bene ereditabile, era del tutto personale ed assolveva – oltre a quella nuziale – ad un’altra funzione altrettanto simbolica e sacrale: accompagnare la defunta nel sonno eterno. “Po mi interrai ollu su bistiri de sa coia” era solita ripetere alla figlia Prisca e a quanti le erano vicini. “No du fadiada bi a nisciunusu” conferma Gina Podda “ma deu dappu biu sa di chi è motta, candu appu aggiudau a da bistì”. La composizione del morto acquistava a San Sperate il sapore antico della vestizione. L’abito prescelto era conservato con cura e fatto indossare al defunto dalle persone più vicine e più esperte, come Gina Podda nel caso di Fida. “Fiada diversu meda de cussu chi anti torrau a fai po is prucessioisi” sostengono, convinte, Prisca e Gina “is caborisi fenta prusu scurusu”. Ma soprattutto non esisteva un solo abito tradizionale, ma diversi, a seconda dell’occasione e dello status sociale, riconoscibile non solo dai tessuti più o meno raffinati, ma anche dai gioielli che lo accompagnavano.
Nel caso di Fida si trattava di una veste importante, da cerimonia, molto articolata nelle componenti, in cui era l’austera eleganza a dominare: sa gunnedda, una lunga gonna plissettata tra il vinaccio e il marron scuro, ravvivata da piccoli elementi floreali appena più chiari, realizzata in raso brillante; su davantagliu, anch’esso “insedau”e decorato a piccoli fiori su base bordeaux; su cammisoi bianco, molto ampio, con un semplice colletto alla coreana e maniche vaporose all’altezza delle spalle, dotato di piccoli bottoni, is arimettasa, e reso aderente all’altezza del seno dall’utilizzo de su cossu, uno stretto gilè in panno grezzo color ecrù, chiuso sotto il seno; su cropettu, realizzato con la medesima stoffa del grembiule, copriva interamente su cossu ed era completato sul petto da un panneddu a mo’ di ampio foulard sul petto. A rendere più sontuoso l’abito, un corto giubbetto de raso insedau, su gipponi, dotato di vaporose maniche a sbuffo, anch’esso bordeaux con piccoli fiori e bruzzuisu ricamati e dotati di buttoneddusu. E come ogni abito da sposa che si rispetti, non poteva mancare il velo, su muncadori della tradizione sarda, che permetteva alle nostre donne, capite velatae, di uscire di casa o di entrare in chiesa. Di stoffa chiara, poteva essere portato legato sotto il mento o, in maniera meno formale, lasciato libero all’estremità, ma sempre appuntato mediante spilli a su trubanti, che reggeva i cappelli legati con su buccioi. Un ricco scialle nero, con frange a pirindillionisi e decorato da un magnifico fiore viola scuro, copriva le spalle della sposa. Dei preziosi gioielli, che oltre ad ornare la veste, svolgevano anche un’importante funzione pratica (con su cadenazzu de pratta si legava il grembiule, per esempio), è rimasto solo su giunchigliu, la lunga catena a maglie circolari da raccogliere con diversi giri intorno al collo.
Quando Fida morì nel maggio del 1976 a 93 anni, portò con sé la veste tanto preziosa. E come lei fecero tante altre sparadese, decretando la precoce, se pur involontaria, scomparsa dell’abito tradizionale.
Eppure, ne siamo convinti, tanti di noi conservano, nel segreto delle proprie dimore, testimonianze di quei magnifichi abiti: apriamo dunque gli scrigni della memoria, frughiamo fra is casciasa dei s’arobba e evitiamo che un patrimonio così importante sia segnato dall’eterna damnatio memoriae. Ogni foto, ogni aneddoto, ogni gioiello ereditato vale due volte. Come ricordo affettivo, che custodiremo gelosamente nel nostro cuore e come documento storico, che invece abbiamo il dovere di rendere pubblico. Tutti noi abbiamo avuto una Fida Serra in famiglia. E come lei, anche le “nostre” Fida Serra, oggi sarebbero orgogliose di mostrare i loro abiti a tutti noi e Orticedrus altrettanto lieto di ospitarne le storie.
Se Orticedrus ha una missione, è proprio questa: mantenere in vita ciò che è moribondo e riesumare ciò che troppo frettolosamente abbiamo sotterrato nell’oblio. Ma non può farlo senza di voi, cari lettori.