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Blog di Emanuela Katia Pilloni

La memoria è lo scriba dell'anima.

La Casa Podda a Villasor

 

  1. Il Paese

Situato a 25 Km a Nord – Ovest di Cagliari, nella fertile pianura del Campidano, il comune di Villasor si erge tra i 22 e i 29 m sul livello del mare, su una vasta zona alluvionale formatasi nel quaternario e attraversata da diversi corsi d’acqua, per lo più a carattere torrentizio, ad eccezione del Flumini Mannu. La felice posizione geografica e il clima mite, favorirono gli insediamenti umani fin dall’epoca nuragica, come testimonia l’abbondante ritrovamento di materiale litico e ceramico e soprattutto il complesso nuragico de Su Sonadori, ubicato nella periferia nord – occidentale del paese nella regione detta de S’Aqua Cotta. Monolobato in origine, il nuraghe divenne esalobato (con sei torri ai vertici e la torre principale al centro) in seguito all’inglobamento delle capanne che lo cingevano, mediante una muraglia di raccordo. Gli scavi condotti nel 1994 hanno datato il complesso al 1300-1150 a.C., nell’Età del Bronzo Recente.(Ciccilloni Usai 2007). Il paese fu abitato anche in epoca punica e romana, quando divenne un centro assai importante per la produzione e l’immagazzinamento del grano. Poche ma significative le testimonianze bizantine e soprattutto quelle medievali, con il forno per la cottura dell’argilla e il celebre castello di Siviller, oggi sede della biblioteca comunale e dell’aula consiliare del comune.

Durante l’epoca giudicale il centro fu inserito nella curatoria di Hippis (nota anche nelle varianti Parte Ipis, Gippi oGuip), che gravitava intorno al centro di Gippi susu, situato ad un km circa dall’attuale centro di Villasor.

Nel 1326, in seguito al trattato di pace stipulato dai Catalani con gli sconfitti pisani, la curatoria di Gippi passò ai toscani che la mantennero solo per qualche decennio. Già nel 1414, infatti, la Corona d’Aragona concesse in feudo, a Giovanni Silliver, l’intera curatoria, compresa villam Sorris, che era fra quelle che solebant esse populatas. Il feudo passò poi in mano a diversi feudatari, fino a giungere alla nobile casata aragonese degli Alagon, che ne detenne il possesso fino all’abolizione dei feudi sardi ad opera di Carlo Alberto tra il 1835 e il 1839.(Virdis 2010)

1.1 Il nome

Il toponimo Villasor è attestato per la prima volta in una carta geografica nel 1550, la cosiddetta “Sardinia Insula” di Sigismondo Arquer, è indicato con il nome di “Sorris” e affianco al nome è raffigurato il castello.

L’etimologia del toponimo Villasor (BiddaSorrisi, in campidanese) è complessa ed ancora oggetto di diatriba fra gli esperti, anche se limitatamente alla parte terminale SOR, che per alcuni sarebbe legata al latino Horrea – granaio – (in riferimento all’antica funzione in epoca romana), con successivo passaggio da Horrea a Sorrea e quindi a Sorres. Meno condivisibili altre ipotesi, pur degne di nota, come quella avanzata dallo storico G. Spano, che vede in SOR una derivazione dal fenicio TSOR (fortezza), in relazione alla presenza della “casa-fortezza” del Siviller; o quella come proposta più recentemente da Enzo Gatti, il quale considera indoeuropea la radice SOR , che significherebbe dunque “sorella”. Quest’ultima ricostruzione ha però il merito di spiegare meglio l’origine della forma campidanese del toponimo: Bidda Sorrisi. (Gatti 1975).

  1. Il convento dei cappuccini

La fondazione del convento dei cappuccini a Villasor è avvolta dall’incertezza. Fu legata all’approvazione del Capitolo Provinciale convocata a Sorso nel 1612, o, meno verosimilmente in occasione di quello riunitosi a Bosa nel 1628, a suggello degli seguito degli patti stipulati tra gli stessi cappuccini, il marchese e la comunità di Sorris. L’ubicazione dell’erigendo convento, nell’allora periferia del paese, fu probabilmente la più gradita e adatta alla vita monastica, che poteva avvalersi anche dello sfruttamento dei terreni agricoli annessi alla proprietà. La costruzione del convento non cominciò prima del 1629, quando fu anche restaurata (benché la tradizione popolare la voglia di nuova fondazione) la seicentesca chiesa di Sant’Antioco, dedicata al martire sulcitano. I lavori furono portati a termine in un anno, grazie alla compartecipazione economica dei concittadini. Nel 1765 la comunità cappuccina di Villasor risultava costituita da 11-12 religiosi, a fronte di una capienza totale di 15. In seguito alla soppressione degli ordini stabilita dal Regio Decreto del 7 luglio 1866, il convento e i suoi beni furono ceduti al demanio statale. L’ex convento divenne così sede del municipio e delle scuole, rispettivamente sino al 1934 (quando fu trasferito nella attuale ubicazione) e ai primi anni sessanta, quando fu realizzato il nuovo stabile. In seguito ad un restauro avvenuto nel 1967 i locali dell’ex convento ospitarono, fino al 2002, l’asilo infantile, trasferito dalla precedente sede di via Renzo Cocco. (Virdis 2010)

2.1 Planimetria del Convento

Da una relazione pontificia del 1650 apprendiamo che il convento (una costruzione a pianta quadrata, con un muro in comune con l’adiacente chiesa di Sant’Antioco) constava di un solo dormitorio doppio, con sette celle per lato, posto al primo piano dell’edificio, mentre al piano terra trovavano sistemazione le officine (refettorio, canova e cucina), lo scaldatoio – foresteria, la stanza del bucato, la libreria e una cela adibita a prigione. Tutti gli ambienti si affacciavano sul chiostro centrale, dotato di pozzo-cisterna per la raccolta delle acque piovane. Un’altra fonte di approvvigionamento idrico, era rappresentato dal pozzo dell’orto, cinto da un muro che lo annetteva al convento stesso. (Virdis 2010)

3.Casa Podda

Con l’espulsione dei cappuccini dal convento nel 1862 e il conseguente transito dei lori beni all’Amministrazione del fondo per il culto prima ed al Comune poi, anche l’orto passò attraverso varie gestioni fino allo smembramento in diversi lotti che vennero venduti a privati. Uno di questi fu acquistato dal Sig. Podda che tra il 1915 e il 1920 vi realizzò la sua abitazione, oggi acquistata dalla famiglia Puddu. La dimora realizzata per volontà del sig. Podda rispecchiava i canoni architettonici della tipica casa campidanese.

Unico accesso all’abitazione è rappresentato da un grande portale ligneo (su potabi) realizzato in frassino ed olmo. Sormontato da un arco in mattoni cotti ed da una copertura con spiovenza verso la parte interna del lotto abitativo, su potabi è dotato di due ante e di una piccola porta sul fianco destro, su potallittu, che garantisce un comodo passaggio pedonale. La grande corte interna, che attualmente appare unica, doveva essere, in origine, divisa in due unità da una cancellata in funzione diaframmatica: veniva in tal modo garantita una netta ripartizione tra la parte civile (prospiciente all’ingresso) e quella più riservata con destinazione rustica.(Montis 2010)

3.1 Zona residenziale

La zona adibita ad abitazione civile si sviluppa su due piani. Al pian terreno è sa lolla a svolgere una funzione di trait d’unione dei diversi ambienti residenziali: orientata a sud-ovest e sorretta da pilastri in mattoni cotti a pianta quadrata, presenta copertura ad una sola falda e coppi sardi,come nella più tipica tradizione campidanese. La pavimentazione è realizzata con mattonelle quadrate, in graniglia di cemento grigio.

Dal portico si accede ad una grande sala rettangolare ai lati della quale si dipanano, due per lato, le quattro stanze da letto: la prima alla destra della porta d’ingresso, la più ampia delle quattro, ospita la camera matrimoniale padronale; quella a sinistra dell’uscio è destinata alla servitù, mentre i vani più interni sono riservati ai bambini. Tutti gli ambienti presentano cementine colorate a motivi floreali o romboidali, secondo i dettami della moda dell’inizio del secolo scorso.

Separata dalla zona notte è la cucina, cui si accede dalla porta che delimita il portico a sud. Un ampio cammino cantonale ne chiude l’angolo sud-occidentale, mentre un uscio di legno a nord-est la mette in comunicazione con un piccolo cucinino, comunicante, a sua volta con le pertinenze rustiche.

Sa lolla è infine chiusa a settentrione da un ambiente, sa’domu de su stresciu de fenu, destinato alla lavorazione del pane e dei dolci, che conteneva tutti gli utensili di fieno atti all’occorrenza. Attraverso una scala in assi di legno removibili, inserite direttamente negli incavi del muro, si accede al piano superiore, destinato a magazzino per le derrate alimentari: conservazione dell’olio, essiccamento degli insaccati, deposito delle granaglie. (Montis 2010)

3.1.1 Zona rustica

Affacciati sulla corte più interna sono i rustici: sa domu de sa palla (il pagliaio), su magasinu de su binu (magazzino vinario) e i rustico contente il grande forno a legna. Prospiciente a quest’ultimo è il pozzo cisterna profondo circa 6 metri, probabilmente realizzato dai frati cappuccini come deposito d’acqua per il giardino del convento.

Sa domu de palla occupa un’area di circa 54 mq, con battuto di fango (pomentu de ludu) e feritoie lungo i muri longitudinali e presenta una copertura ad una sola falda che poggia su un articolato sistema architravato ligneo, poggiante su monoliti prismatici in trachite. Il pagliaio è accessibile grazie ad un ampio portale architravato.

Del magazzino vinario sono attualmente visibili solo lacerti dei muri perimetrali realizzati in mattoni crudi, dai quali si desume che in origine fosse di modeste dimensioni (18 mq circa). (Montis 2010)

3.2 Materiali e tecniche costruttive

Elemento fondamentale di tutta a struttura edilizia è il mattone crudo locale (ladiri) realizzato in fango e paglia, di forma parallelepipeda (43 cm di lunghezza, 20 cm di larghezza, 10 cm di spessore) e con allettamento di fango. Le pareti poggiano su fondazioni in pietrame (perlopiù di riutilizzo o proveniente dalla piana di Masainas) e fango, ricavate a sacco. Il basamento è realizzato in pietra ad opus incertum con spiccato della muratura in terra cruda a circa 60 cm da terra.

La copertura a due falde presenta su madrieri con trave di colmo, di bordo e una di mezzeria, come travatura principale, crabiobasa (arcarecci) come travatura secondaria perpendicolare alla precedente; su incannitzau (cannicciato) con legatura in fibre di giunco; manto di tegole allettate con malta di calce poggianti su un cretonato di fango e paglia. Tutta l’orditura lignea è stata realizzata, per le sue eccellenti qualità di durata e resistenza, in ginepro: su tzinnibiri. Più semplice appare invece la struttura del solaio, con travi lignee e intelaiatura in tavolato a sezione rettangolare di circa 20 cm.

La pavimentazione delle due corti è ricavata con ciottoli di fiume omogenei e regolari, su battuto di terra e confluenti al centro in sa cora, un canale di convogliamento delle acque piovane verso l’esterno della casa.

La pavimentazione interna è invece ottenuta mediante l’impiego di cementine colorate ripartanti motivi geometrici o floreali su massetto di terra battuta, senza uso di collanti (a pomentu).

I punti aria e luce sono stati ottenuti mediante aperture ad arco ribassato e spallette in mattoni crudi al pian terreno; al primo piano si è optato per varchi praticati sui muri di mattoni crudi su cui insistono architravi in ginepro. Tutti i serramenti sono realizzati in legno con scurini interni. (Montis 2010)

3.2 Recupero e Patrimonializzazione

Dopo essere stata per generazioni appartenente alla famiglia Podda, nel 2011 la casa è stata acquistata dai coniugi Puddu. Intenzione degli attuali proprietari è la ristrutturazione totale dell’immobile e delle pertinenze rustiche mantenendone intatta la fisionomia e preservandolo dal degrado. Così quella che un tempo fu la zona della casa meno nobile, il magazzino al primo piano, ospiterà la residenza della famiglia Puddu, mentre il piano terra e gli annessi agricoli saranno destinati a diventare un museo fruibile dai paesani e dai turisti. “La dimora civile più antica e meglio conservata del paese deve tornare ad essere un polo centrale per la vita della comunità sorresa. E nel preservare la memoria storica della nostra cittadina si farà carico di tramandare alle nuove generazioni i dettami di una civiltà contadina ormai del tutto scomparsa”. Così Valentina Masala, la nuova proprietaria, stigmatizza un sentimento di profondo amore ma anche di straordinaria consapevolezza della valenza storica di una casa vernacolare.

 

 

 

Bibliografia

  1. ACHENZA, U. SANNA (a cura di), Il manuale tematico della terra cruda. Manuali di recupero dei centri storici della Sardegna, Cagliari 2006.
  2. ATZENI, A. SANNA (a cura di), Architettura in terra cruda dei Campidani, del Cixerri e del Sarrabus,Cagliari 2009.
  3. FODDE, Architetture di terra in Sardegna. Archeometria e conservazione, Cagliari 2004.
  4. MONTIS, La casa vernacolare campidanese di Villasor. Analisi tipologica e tecnologica della casa Podda, Tesi di laurea inedita per il Corso di Laurea in Scienze dell’Architettura della Facoltà di Architettura I del politecnico di Torino. Relatore Prof. Andrea Bocco, dicembre 2010.
  5. VIRDIS, Arte e architettura civile e religiosa a Villasor, Serramanna 2010.
  6. Cicilloni, E Usai (a cura di), Testimonianze della cultura prenuragica dell’età del Rame e sito nuragico dell’Età del Bronzo nel Comune di Villasor – Scavi archeologici sulla variante alla SS 196, cantiere linea ferroviaria Cagliari – Golfo Aranci » in Siti archeologici e infrastrutture, pubblicazione del Ministero delle infrastrutture (pp. 5-27), 2007.

 

  1. Gatti, Toponomastica di Sardegna, in ”Frontiera” (N. 93 – 1975), 1975.